C’entrano il marketing e il merchandising, certo, ma non solo. La prima mascotte della Sanremese Calcio, “U petissu”, ideata da Sergio Leuzzi nel 2009, ambisce infatti anche a ricostruire una continuità storica, a riannodare il filo che congiunge i sogni delle nuove, giovani leve, al mito di Orlando Rao e dei ruggenti anni ’50.
Per i pochi che non lo sapessero, chi è Orlando Rao? Chi lo ha visto giocare, afferma che sia stato il più straordinario giocatore che abbia mai indossato la maglia biancoazzurra della Sanremese. Lo chiamavano “U petissu”, appunto, per via della gracile struttura fisica (164 cm per 57 kg), proprio come il celebre “petisso” Bruno Pesaola. Aveva tecnica da vendere, classe limpidissima. Perché rimase sempre a Sanremo in Serie C? Questione di giuste occasioni mancate, in un tempo in cui i media ancora non la facevano da padrone. Si sa che ci furono contatti con Genoa, Verona e Reggiana, ma non se ne fece nulla. Con gli emiliani giocò per esempio solo un match di Coppa Italia contro il Bologna. Tanto bastò per farsi notare, con un tunnel al nazionale azzurro Romano Fogli.
In ogni caso, Rao (nella foto, col Presidente Morosetti) stava benissimo a Sanremo, dove avrebbe messo le radici sposandosi e mettendo su famiglia. Arrivò nel 1950 a Sanremo su invito di Francesco Bertolo, fratello di Cesare e Domenico, ex biancoazzurri degli anni trenta. Nessun manager o procuratore, a quei tempi, ma solo mediatori, spesso fuorilegge per la Federcalcio. Rao cercava probabilmente fortuna nell’eldorado calcistico italiano. Un 24enne, si leggeva nei suoi dati anagrafici. Ma probabilmente non erano dati troppo veritieri, lo stesso Rao non smentì mai con convinzione questa voce. Forse si era tolto qualche anno (cinque, si disse) per apparire più appetibile ai clubs italiani. Rao fu comunque un protagonista assoluto. C’erano tifosi, in campo avverso, che andavano allo stadio solo per ammirare le sue magie. Emblematico è ciò che successe a Piombino nel 1954/55, contro una squadra appena retrocessa dalla Serie B ed allenata da Ferruccio Valcareggi, futuro allenatore della nazionale italiana. Il “Magona d’Italia”, stadio dei toscani, aveva un terreno erboso splendido. Una novità per la Sanremese che a quei tempi giocava sul suo “Comunale” sterrato, più simile ad un campo di patate che di calcio.
Quel manto verde fu un invito a nozze per la classe di Rao. Quel giorno l’argentino fece meraviglie. Giocate fenomenali e pure un goal superbo annullato per il fuorigioco di un compagno nel primo tempo, dopo aver dribblato come birilli difensori e portiere. Prima della seconda frazione, Rao si attardò per qualche istante negli spogliatoi e rientrò in campo da solo. Un caso, non una mossa studiata. Mentre stava risalendo la scaletta, i circa 2000 spettatori toscani scattarono in piedi per applaudirlo.
Ma molti episodi alimentano il mito di Rao. Citiamo ciò che accadde quando, alla fine degli anni ’50, la Sanremese fu chiamata a Coverciano per fare, insieme al Legnano, da sparring-partner alla nazionali azzurre A e B. Anche in quell’occasione, Rao fece sensazione, facendo impazzire i titolatissimi avversari. Il giorno dopo i giornali scrissero che il miglior giocatore visto in campo non vestiva l’azzurro, ma il biancoazzurro. E come per ogni leggenda calcistica sudamericana che si rispetti, anche nella storia di Rao c’è anche una fuga improvvisa nel suo paese. Nel 1960, improvvisamente, prese armi e bagagli e con la famiglia tornò in Argentina. Ma se ne pentì in fretta. E grazie alla sua popolarità potè tornare immediatamente: furono i tifosi, infatti, con una colletta, a pagargli il viaggio di ritorno. Da quel giorno da Sanremo non si mosse più.
Notizie storiche tratte da:
Bruno Monticone e Sergio Sricchia con la collaborazione di Paolo Staltari,
Sanremo Biancoazzurra – Il Romanzo della Sanremese.




